Quando l’ottimismo ti danneggia: il paradosso di Stockdale

In una strategia di personal branding la costanza e la determinazione sono qualità fondamentali. Occhio, però, a non confonderle con la testardaggine e l’ottusità.

Un personal brand ha bisogno di tempi lunghi per consolidarsi. Mesi, spesso anni.

Bisogna insistere ed andare dritti per la propria strada. Tuttavia, devi essere in grado di fermarti ed ammettere di aver sbagliato rotta se le tempistiche si allungano a dismisura senza ottenere alcun risultato.

Essere determinati non significa essere insensatamente ottimisti. Perseverare su strategie che non portano a nulla, convinti di ottenere un risultato, può rivelarsi un errore fatale per il tuo business. La determinazione non deve offuscare la capacità di discernimento per analizzare il contesto, accettare le note negative ed elaborare nuovi piani d’azione da cui ripartire.

Hai mai sentito parlare del paradosso di Stockdale? James Stockdale è stato un ufficiale americano impegnato nella guerra del Vietnam. Il 9 settembre 1965 il suo aereo fu abbattuto dalle forze nemiche nord vietnamite e fatto subito prigioniero.

Trasferito nella durissima prigione di Hoa Lo vicino Hanoi, fu ripetutamente torturato e sottoposto a svariati trattamenti degradanti. Una condizione al limite della umana sopportazione. Eppure Stockdale ha dichiarato di non aver mai perso la speranza di uscirne vivo. Una convinzione sorretta da un’incredibile determinazione, ma -a suo dire- del tutto priva di ottimismo.

I primi a morire, raccontava l’ufficiale, furono quelli che mi piace definire gli “illogici ottimisti”. Quelle persone, cioè, che non avevano analizzato bene la situazione continuando a credere in una repentina liberazione.

Stockdale racconta come molti si convinsero di poter tornare a casa “per Natale”, ovvero dopo solo 3 mesi di prigionia. Ma presto quel Natale divenne Pasqua, poi di nuovo Natale e poi ancora Pasqua.

Nel breve termine il loro atteggiamento si rivelò positivo. Gli illogici ottimisti, falsando la realtà e proponendosi obiettivi non coerenti con la situazione che vivevano, riuscivano a sopportare meglio le torture rispetto a Stockdale. Ma la cosa non durò a lungo. Quando realizzarono che le loro tempistiche erano mere illusioni andarono in depressione ed in breve tempo morirono di crepacuore.

Ma Stockdale no. A differenza dei suoi compagni, l’ufficiale americano non alimentò false illusioni. Accettò la durezza dell’esperienza senza cedere mai all’illogico ottimismo. Si concentrò esclusivamente sull’obiettivo finale: sopravvivere. Creò un codice di comunicazione per rimanere in contatto con gli altri reclusi ed arrivò a sviluppare un sistema segreto per lo scambio di informazioni attraverso le poche lettere che gli era concesso inviare alla moglie.

“Non devi mai confondere la fede nel fatto che alla fine ce la farai — cosa che non ti puoi mai permettere di perdere — con la disciplina ed il rigore per affrontare i fatti più brutali della tua realtà attuale, qualunque essi possano essere” ha raccontato Stockdale.

L’ottimismo è il “profumo della vita” diceva il grande Tonino Guerra, tuttavia, paradossalmente, può portarci dritti al fallimento. Va dosato e bilanciato con la capacità di comprendere la realtà in cui operi (anche se spietata) elaborando la migliore strategia possibile per raggiungere l’obiettivo desiderato.

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