A chi serve il personal branding?

Spesso mi viene chiesto a chi serva davvero il personal branding. La risposta alla domanda è quanto mai semplice: il personal branding serve alla stragrande maggioranza di noi.

Artisti, liberi professionisti, blogger, giornalisti, designer, manager ed ovviamente giovani in cerca di occupazione. Il personal branding serve in pratica a tutti. O meglio serve a chi avverte la necessità di comunicare correttamente ed efficacemente (con azioni che coinvolgono sia l’online che l’offline) la propria singolarità, la propria unicità in un determinato campo.

Tutti dovrebbero fare personal branding. Nel lavoro ma non solo. Il personal branding aiuta ad essere persone migliori. Promuoversi al meglio come affidabili, credibili e utili è un importante punto di partenza per creare una società migliore.

In ambito strettamente professionale, inoltre, il personal branding è fondamentale per rimanere competitivi e “pilotare” le scelte del cliente verso di noi. La gestione della propria reputazione, in tal senso, è diventata fondamentale.

In fine dobbiamo consideriamo la costante avanzata dell’intelligenza artificiale che sta divorando professioni con una velocità spaventosa. È necessario fare leva su quelle variabili che le macchine non possono avere. L’empatia su tutte. Capiamo i problemi dei nostri clienti. Caliamoci nel loro mondo. Comprendiamone i problemi; anticipiamoli se possibile. E proponiamo soluzioni. Se riusciamo in questo, non ci sarà macchina, robot o applicazione che potrà sostituirci.

Mi piace quindi pensare al personal branding come una sorta di grimaldello in grado di forzare e scardinare le porte dell’anonimato all’interno del mercato del lavoro.

Curare la propria immagine e comunicare al meglio le proprie competenze può risultare determinate in un’epoca dove sempre più aziende scelgono le figure professionali di cui hanno bisogno attraverso canali social.

Un amico che si occupava di selezione del personale, una volta ricevuto il tradizionale curriculum vitae, effettuava una prima scrematura semplicemente “studiando” i profili Facebook e LinkedIn dei candidati. Non era folle. Cercava semplicemente di “saperne di più” su un potenziale nuovo assunto, andando ad “indagare” nel suo privato che poi privato non è se si trova su un social.

Appare evidente la grande opportunità (e responsabilità) che i mezzi oggi a nostra disposizione ci riservano: essere i principali artefici della costruzione della nostra immagine.

Dobbiamo diventare come quelle grandi aziende che curano il proprio marchio sotto ogni punto di vista. Difendendone costantemente il valore, la credibilità e l’unicità. “The brand called you” diceva Tom Peters. Un marchio chiamato con il tuo nome. Questo è personal branding

Lavorando bene sulla nostra marca personale potremmo costruirci una storia, una reputazione, un pubblico (e quindi un mercato), pronto a riconoscere il nostro valore. Tutte armi sensazionali che potranno fare la differenza nel momento della scelta che il recruiter, l’azienda o un cliente finale dovrà compiere.

Che aspetti allora? Libera le tue potenzialità, libera il tuo brand!

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento